Psicologia del benessere

Lo psicologo sportivo si serve di tecniche e strumenti che forniscono all’atleta, professionista ed amatoriale, la capacità di gestire in modo produttivo le proprie abilità nel periodo pre- gara, durante la stessa e nella fase successiva alla competizione.
Ma le stesse aree di intervento sulle quali si lavora con lo sportivo, hanno un valore ed un’influenza effettiva anche sulla vita di tutti i giorni.
La gestione dello stress in vista di un esame, lo sviluppo della capacità di parlare in pubblico, i riflessi sul piano fisico di un blocco a livello emozionale o semplicemente la necessità di trovare un modo per entrare in contatto con il proprio corpo attraverso fasi di rilassamento e consapevolezza corporea, sono alcuni aspetti di come lo psicologo sportivo può intervenire in maniera professionale ed efficace su aspetti non prettamente sportivi, ma legati comunque all’espressione della propria personalità.
Questo approccio, che si occupa perciò della salute dell’individuo attraverso la valorizzazione delle proprie risorse, trova il suo sviluppo non solo a livello sportivo, ma anche aziendale, scolastico e, direi, quotidiano utilizzando tecniche semplici e concrete che sfruttano le capacità e le abilità di cambiamento del cervello.
Lo psicologo sportivo che si occupa di benessere, interviene su questioni disfunzionali che minano la salute dell’individuo, favorendo un adeguato stile di vita e la capacità di gestione dei propri pensieri necessari per raggiungere e mantenere uno stato di equilibrio psicofisico attraverso serie di training anti-stress, dell’attenzione e della motivazione che favoriscano la persona in ambito lavorativo e famigliare così come sostiene l’atleta in ambito sportivo.
Va sottolineato che, così come in ambito sportivo, l’intervento non è di tipo clinico o psicoterapeutico, e non si interviene sul passato della persona se non in maniera generale o inerente ad una questione specifica ma fortemente legata al quotidiano.
Nello specifico, le tecniche di intervento individuale proposte sono fondamentalmente quelle utilizzate nell’ambito della Psicologia dello sport come il Rilassamento e la Visualizzazione, le strategie di Training motivazionale orientate agli aspetti della vita quotidiana e riguardanti, come detto, l’attività lavorativa o situazioni ansiogene come colloqui di lavoro, esami scolastici o universitari che necessitano di una corretta gestione delle emozioni ed una mentalità positiva.

Il Mental Coaching. Un completamento per l’atleta pensante.

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Luca, guardia di una squadra di pallacanestro, tende a diventare nervoso durante la gara, e più l’incontro si fa difficile, più Luca si innervosisce perdendo lucidità e peggiorando drasticamente la sua prestazione.
Giovanna, ginnasta, ambisce ad entrare nel gruppo della nazionale, si allena con costanza e dedizione ed è decisa a migliorarsi giorno dopo giorno. Durante le prove in gara però, Giovanna non riesce a mantenersi focalizzata e concentrata e tale situazione genera in lei un senso di insicurezza. Questa condizione la porta ad incorrere in errori a causa dei quali non riesce a fare il sospirato salto di qualità.
Marco, coach di una squadra di pallavolo femminile di medio/ alto livello, è insoddisfatto perché le sue ragazze in campo, pur giocando con voglia e determinazione, non riescono a mettere in gara tutto il lavoro fatto in allenamento, perdendo in intensità e lucidità tanto da finir spesso per perdere partite a lungo dominate, anche con team tecnicamente inferiori.
Queste ed altre situazioni si verificano di continuo nello sport e frequentemente, al termine della gara, si sentono allenatori, atleti o dirigenti, spiegare una sconfitta ed una prestazione insoddisfacente parlando di calo di concentrazione, disattenzione, mentalità sbagliata, approccio psicologico non adeguato ed altri fattori inerenti l’aspetto mentale dell’atleta o della squadra.
La questione che però mi sorprende è rappresentata dal fatto che, a discapito di quanto dichiarato nella maggior parte dei casi circa l’importanza dell’aspetto psicologico, la preparazione mentale dell’atleta non ricopre un ruolo altrettanto significativo quanto quello atletico e tattico- tecnico.
È questo il motivo per cui credo che sia importante che le società sportive mettano a disposizione degli atleti e dello staff tecnico, un professionista che possa garantire un completamento del percorso di formazione, di crescita e miglioramento dal punto di vista dell’approccio psicologico attraverso incontri periodici di Mental coaching.
Accanto alla preparazione atletica e tecnico-tattica, un percorso di mental training supporta l’atleta ad essere maggiormente consapevole degli stati emotivi e cognitivi legati alla prestazione massimizzando, al tempo stesso, lo sviluppo di una serie di attività di base tra loro in relazione.
L’atleta, in questo modo, sarà in grado di gestire al meglio le fasi di preparazione in vista dell’evento sportivo, quelle immediatamente precedenti alla gara, quelle durante lo svolgimento della stessa e quelle successive, in maniera consapevole ed autonoma.
Solo quando la cura dell’aspetto psicologico verrà considerato al pari degli altri generalmente trattati come primari, si potrà parlare di un allenamento dell’atleta nella sua totalità di sportivo ed essere umano.

Quando la sola volontà non basta: il caso di F. atleta professionista.

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Si dice spesso, a ragione, che la volontà rappresenta la prima, importante spinta ad intraprendere un gesto, un’azione, un percorso o un cambiamento. Tale pensiero ha valore fino a quando ci si accorge che, a volte, nonostante una forte volontà e decisione, poi ci si ritrova a ripetere comportamenti e gesti ai quali si voleva far fronte. Questo accade perché, appunto, la volontà è importante, ma da sola spesso non basta e necessita di uno strumento, un supporto o una visione alternativa (e magari professionale) della realtà che si vuole cambiare.
In ambito sportivo la cosa ovviamente non fa eccezione.
Molti atleti, rendendosi conto che alcuni aspetti del proprio approccio all’attività praticata non li soddisfano o addirittura li ostacolano, pur presentando una forte spinta motivazionale al miglioramento, poi, in gara, si ritrovano a vivere le sensazioni e le situazioni che li pongono in difficoltà.
È il caso di F. (iniziale fittizia per preservare la privacy) atleta professionista della massima serie di pallacanestro, che dopo diversi tentativi di migliorare la propria situazione dal punto di vista sportivo, ha deciso di rivolgersi a chi poteva fornirgli un supporto professionale nell’affrontare determinati punti critici.
F. si presenta come un ragazzo spinto da una forte motivazione al miglioramento ed al lavoro su se stesso. Gioca in serie A da alcuni anni avendo militato in diverse squadre italiane nel ruolo di playmaker. Nonostante i buoni risultati ottenuti a livello personale, entrando anche nel giro della nazionale maggiore, da un pò di tempo trova difficoltà a mantenere costante il livello di prestazione e afferma di essere suscettibile all’influenza delle sensazioni negative che compromettono le prestazioni. Quando, a suo dire, le cose non vanno, il suo gioco non è fluido, non riesce a tirare con naturalezza e si sente bloccato. Di più, in controtendenza al suo ruolo, che prevede una forte presa di responsabilità e capacità decisionale, durante la gara è costretto a sforzarsi a “farsi vedere dai compagni” e ad essere al centro del gioco perché tenderebbe un pò a nascondersi. Mentre razionalmente la testa gli dice una cosa, emotivamente ed istintualmente, in gara, non gli viene facile e naturale avere l’aggressività e l’atteggiamento mentale più opportuno. Conseguentemente anche con il coach il rapporto si è un pò incrinato in quanto non viene più considerato un punto di riferimento similmente a quanto già accaduto qualche anno prima quando, in un’altra società, lo avevano “scaricato” a metà stagione definendolo un giocatore non all’altezza.
Tale situazione ha fatto scaturire tutta una serie di insicurezze ulteriori che si sono sviluppate a catena e che, nonostante una forte motivazione, lo hanno allontanato dai suoi obiettivi.
Nonostante tali difficoltà, F. manifesta una sufficiente autostima e consapevolezza delle proprie abilità tecniche e personali, riconoscendo di aver fato diversi passi in avanti fino a quel punto. Tuttavia risulta troppo suscettibile dal giudizio esterno, sia del pubblico che del coach, e la responsabilità di “dover” mostrare quanto vale e non deludere i compagni, l’allenatore e la società, gli sviluppa un senso di latente  inadeguatezza che la sola motivazione a “fare meglio” non basta.
A tal proposito la sua tendenza a parlare spesso di statistiche e risultati, che dicono certamente molto ma sicuramente non tutto, manifesta un modo per trovare sicurezza in qualcosa di tangibile e, in qualche modo, indiscutibile, ma troppo legato al risultato piuttosto che alla prestazione. Si tratta di un’atleta con talento, con una forte etica del lavoro, preciso e puntuale, ma che ha bisogno di lavorare sulla propria self confidence e sulla percezione della propria efficacia in ogni situazione ambientale e personale.
L’autostima si incrementa facendo sperimentare alla persona in questione quanto è brava in quello che fa e ciò lo si ottiene attraverso piccoli passi per il raggiungimento di obiettivi sempre più impegnativi.
Nel caso in questione, un aspetto dal quale partire con F. è stato il ridimensionare gli obiettivi, in modo da lavorare per step successivi ed in fine giungere a quelli da lui espressi. F. si sentiva molto efficace e motivato in allenamento e molto meno in gara, manifestando una sorta di ansia da prestazione che ne riduceva in maniera significativa il rendimento e generava tutta una serie di reazioni a livello psicofisico che si facevano sentire già sul cubo dei cambi quando, cioè, era in procinto di entrare in campo.
Il conseguente nascondersi in gara ed evitare di prendersi responsabilità, ci ha portato a lavorare sull’autoconsapevolezza e sulla sintonia tra le proprie azioni ed i propri pensieri ed emozioni. L’essere consapevole dei propri punti di forza in modo da poter fare leva su di essi per ribaltare ogni situazione avversa, sentirsi sicuro, confortato nonché reattivo emotivamente.

Gervinho, quando le motivazioni fanno la differenza.

 

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Dopo la settima vittoria consecutiva, la Roma dimostra di poter fare sul serio nel corso di questo campionato.
I motivi di questa partenza caratterizzata da risultati schiaccianti ed un gioco totale, trovano giustificazione in un allenatore che ha portato una nuova mentalità nel gruppo, unita ad una forma fisica tale che, attualmente, garantisce una marcia in più alla squadra giallorossa.
Ma vi è un fattore da sottolineare ed è la continuità e l’essere incisivo di un giocatore come Gervinho, scaricato dall’Arsenal come un peso ingombrante, ed arrivato a Roma accompagnato da molti dubbi.
Invece, il giocatore ivoriano sta mettendo in mostra tutte le sue potenzialità: la corsa, la forza fisica, le qualità tecniche e l’intelligenza tattica che in altre piazze aveva mostrato solo a momenti.
Si potrebbe attribuire questa fase, come detto sopra, alla smagliante forma fisica della squadra tutta, ma pur ammettendo tale possibilità, se il giocatore non avesse la determinazione, la voglia, la convinzione e la sicurezza nei propri mezzi che attualmente dimostra, finirebbe per “correre a vuoto” senza incidere positivamente sul gioco come invece sta facendo.
Senza dubbio il merito va attribuito a chi ha voluto portare in giallorosso Gervinho, e cioè l’allenatore Garcia, che lo ha saputo motivare al meglio, conoscendo le sue caratteristiche ed abilità e sapendo bene su quali aspetti far leva per ottenere dall’ivoriano un atteggiamento sul campo propositivo e produttivo.
D’altra parte Gervinho, sa bene di avere al suo fianco un uomo che crede fortemente in lui e perciò si sente sicuro e, probabilmente, libero dalla necessità e dalla pressione di dover dimostrare di essere all’altezza.
Al tempo stesso però credo che la sua crescita come sportivo e uomo passi necessariamente attraverso un lavoro sulla consapevolezza dei propri mezzi indipendentemente dall’allenatore che lo gestisce, al fine di non restare intrappolato nelle insicurezze del dover dimostrare il proprio valore a chi, a differenza di Garcia, non lo considera un punto fermo della squadra.

Corri uomo, corri! Porsi nella giusta prospettiva.

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Correre rappresenta una delle basi di ogni allenamento atletico per qualunque tipo di disciplina sportiva e si pone senza dubbio come icona di riferimento quando si parla di mens sana in corpore sano.
Pensateci, quando qualcuno desidera rimettersi in forma a cosa pensa? Ad andare a correre!
Così, muniti di scarpe da corsa adatte allo scopo ci si appresta ad intraprendere quello che, nell’immaginario, è un percorso dalla distanza piú o meno indefinita, anche a livello personale.
Per molte persone le motivazioni all’inizio sono vivissime, ma spesso, anche solo dopo dieci minuti di corsa, con il fiato corto e le gambe pesanti, ci si ritova la testa piena di pensieri, distratti dal tempo che non sembra passare mai e meditando di fermarsi.
Perchè correre pesa così tanto?
Certamente la preparazione fisico atletica, in special modo per coloro che (ri)partono da zero, ha un suo peso, ma anche in tale occasione, spesso è la mente che pesa.
In molte occasioni, chi si avvicina alla corsa, abbandona ben presto i buoni propositi dicendo di non avere la passione necessaria, di stancarsi troppo presto o trovando nelle condizioni atmosferiche una buona scusa per rinunciare.
Eppure, spesso, sia per gli atleti professionisti che per coloro che corrono per ritrovare la forma migliore, si tratta soprattutto di quella che comunemente viene detta “una questione di testa”.
Ognuno nella disciplina che svolge ed a qualunque livello, porta se stesso e la propria personalità. Se lo sport e la vita sono realtà paragonabili e, a volte, sovrapponibili, le carenze di tenacia, forza, volontà, concentrazione, di voglia di spostare un pò più in avanti i propri limiti, sono fattori che non si palesano solo nella competizione sportiva o durante un match, ma, in maniera più o meno evidente, anche nell’ambito quotidiano.
Per tal motivo progredire nello sport è un percorso di conquista che riguarda la propria personalità e la influenza positivamente, rafforzandola in armonia ed equilibrio con il proprio corpo.
Per superare la mente che zavorra e che frena, serve un vero e proprio atto di consapevolezza e volontà da parte dell’atleta, che deve voler affrontare e superare ciò che lo frena.
Dalle mie esperienze, le persone spesso mi raccontano che iniziano a correre per dimagrire, per vedersi in una forma migliore, per apparire più gradevoli ai propri occhi ed a quelli altrui, per aumentare, in poche parole, l’autostima.
Sempre più l’autostima si lega ad un aspetto migliore a qualsiasi età, ma soprattutto correre fa bene alla salute, fa dimagrire e mantiene la mente più lucida e attiva.
La motivazione iniziale perciò è importante e determina la spinta al cambiamento, ma successivamente non è più sufficiente.
È necessario fare il pieno di motivazione e mantenerla, anzi alimentarla, innanzitutto ponendosi adeguati obiettivi.
Ciò che conferisce la spinta a continuare un’attività è la soddisfazione ed il piacere nello svolgerla. Porsi un obiettivo fuori portata è un gesto azzardato e controproducente. Gli obiettivi devono essere misurati, misurabili e raggiungibili in tempi tali da potersi nutrire di volta in volta della soddisfazione nell’averli raggiunti stimolando così la mente ed il corpo a completare lo step successivo nella sfida con se stessi.
Vanno prese le misure all’avversario, che è in voi, per dare continuità all’attività che iniziate ad intraprendere, in questo caso la corsa.
Mano a mano che gli step si susseguiranno,  le giornate di allenamento diventeranno un appuntamento fisso, e la corsa inizierà ad essere una piacevole compagna. Certamente con il progredire del vostro livello, si presenteranno nuovi ostacoli e limiti da affrontare per sconfiggere la mente che frena, ma sarà anche l’occasione per scoprire la vostra nuova avventura, per intraprendere una nuova sfida nel trovare la vostra personale dimensione attraverso la quale esperire la performance perfetta, ognuno al proprio livello e secondo le proprie capacità.

Juventus: è un problema di approccio?

 

Dopo l’incontro di ieri contro il Galatasaray, sicuramente aumenteranno le critiche alla formazione bianconera circa il rendimento che quest’anno appare molto al di sotto di quello fornito negli ultimi due anni.
Si parla di mancanza, o diminuzione della “fame” da parte del team tutto, o di insicurezze che si starebbero infiltrando nella squadra a partire da una certa insoddisfazione di base e nervosismo, più o meno latente, che Conte manifesterebbe già da questa estate.
Va da sé che i risultati parlano da soli, e le prestazioni ancora di più.
Pur considerando l’influenza della condizione atletica che sicuramente non è smagliante, è evidente come la componente mentale nella Juventus di questa prima parte di stagione sia determinante nello svolgimento della gara.
Episodi in cui si possono notare cali di concentrazione, disattenzioni, ingenuità non certamente proprie di campioni a livello internazionale, si sono susseguiti di partita in partita contribuendo a minare la sicurezza di una squadra che aveva, ed avrebbe ancora, nell’aggressività la propria arma principale.

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In europa questa crepa nell’impianto bianconero si manifesta con ancora più forza poiché le avversarie, ancorché  di livello tecnico inferiore, spesso non sono così permissive come le squadre italiane, e fanno pagare ad alto prezzo sia le ingenuità che un atteggiamento non sufficientemente aggressivo e focalizzato.
Proprio nella partita con il Galatasaray sono emerse con forza le due facce che la Juventus è in grado di manifestare in questa stagione. Da una parte, una squadra dal basso profilo, disattenta, poco aggressiva e bloccata che ha finito per subire il gioco avversario, o comunque non ha imposto il proprio, incassando il goal, non certamente a caso, per una evidente ingenuità e disattenzione difensiva. Dall’altra venti minuti in cui ha messo alle corde l’avversario con un atteggiamento senza dubbio propositivo e focalizzato, ma che non può essere figlio della necessità e della disperazione, perchè rischia di essere fine a se stesso o di breve durata, come in fine si è dimostrato, quando un’ ulteriore ingenuità di squadra ha permesso il pareggio del definitivo 2-2.
Lasciando stare motivazioni tattiche sulla difesa che era passata a 2 e che rappresenterebbe una spiegazione del perché l’avversario si è trovato solo davanti a Buffon in occasione del pareggio, si deve sottolineare come in quel momento questa Juventus ha perso di vista l’obiettivo perdendo la concentrazione in maniera troppo evidente, e non è secondario notare come anche Conte, un allenatore che fino lo scorso anno avrebbe catechizzato i suoi invece di esultare, si è quasi perso il pareggio perché esultava con i tifosi.
La squadra, lo staff  tecnico e la società tutta non possono non vedere e considerare questi episodi che non sono situazioni isolate e casuali, ma rappresentano i tasselli di un mosaico che rischia di minare le sicurezze e l’impianto strutturale di un team di primo livello formato da atleti di primo livello che ciò nonostante non possono prescindere da una salda e adeguata tenuta mentale.

 

Mario Balotelli. Un bad boy? Non credo proprio.

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Per quanto si possa osservare il comportamento di Mario Balotelli in questi anni di carriera da un punto di vista professionale, è chiaro che nella maggior parte dei casi in cui si è trovato in situazioni diciamo “discutibili”, l’atteggiamento e le reazioni che assumeva non erano giustificabili.
L’ultimo episodio che ha mosso l’opinione pubblica ed ha portato la giustizia sportiva a conferirgli tre giornate di squalifica, rappresenta senza dubbio uno dei suddetti comportamenti.
Ho apprezzato molto sia la società AC Milan, sia l’allenatore Allegri, per come si sono posti di fronte a questa ennesima intemperanza evitando di fare ricorso per la squalifica, proprio per il messaggio che sottende a tale comportamento.
Balotelli infatti, non solo ha contribuito a mettere se stesso in cattiva luce, ma ha messo anche i compagni e la società in grave difficoltà, per non parlare della mancanza di rispetto verso il direttore di gara.
Mario Balotelli, a questo punto, però, deve per forza decidere di crescere, lavorare sul proprio comportamento, sulle proprie reazioni allo stress ed a ciò che lui ritiene un’ingiustizia subita. non solo ha contribuito a mettere se stesso in cattiva luce, ma ha messo anche i compagni e la società in grave difficoltà, per non parlare della mancanza di rispetto verso il direttore di gara.
Ma detto questo, resto dell’idea che non si tratta affatto di un “bad boy”!
Balotelli ha probabilmente bisogno di un punto di riferimento professionale che lo supporti nel lavoro su se stesso, sulle proprie reazioni, sulla gestione dello stress, ma soprattutto deve rendersi conto di averne bisogno, deve cioè voler lavorare su se stesso, su quello che sembra sempre più il suo tallone d’achille che può rappresentare il principale ostacolo ad una sua totale affermazione come campione internazionale.
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A mente fredda, ritengo che il ragazzo conosca molto bene l’opportunità o meno di determinati comportamenti ed il fatto che, più o meno volontariamente, si sia scusato, ne è una prova. Di più, direi che anche la famosa T-shirt che recitava “Why always me?”, in un certo senso rappresenti, seppur con un carattere un pò vittimistico, il modo in cui Balotelli esperisce determinate situazioni che lo coinvolgono in prima persona. 
Per tale motivo il ragazzo, anzi l’uomo Balotelli, è ora che decida di prendere coscienza di ciò che lo porta a scadere in determinati comportamenti e reazioni di fronte a situazioni che, per quanto gli siano avverse, andrebbero affrontate con una testa, una consapevolezza ed una maturità ben diverse, così da non poter più essere etichettato, a torto, un “bad boy”.